La maratona di New York

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Data: 11-03-2013
Autore: Roberto Tognalini

E’ appena l’alba: il sole fa capolino tra i grattacieli e l'hall dell’albergo già profuma di alcool canforato. Lentamente saliamo sugli autobus che ci porteranno verso la partenza laggiù al Verrazano Bridge. Tutta la città sfila dietro ai finestrini, e visto che è l’alba di domenica la possiamo vedere finalmente vuota: Manhattan, il tunnel, Brooklyn e finalmente eccoci, passato il ponte a Staten Island, il quinto, e più piccolo, rione di New York.

Ci sono già migliaia di persone nella base del Marine Corp che fa da “spogliatoio”, ma quest’anno c’è poca gente in giro: la temperatura è -3° e tira un vento che fa cadere le orecchie. I volontari sono indaffarati, gli atleti nervosi, tutti sono infreddoliti, nell'attesa della cannonata liberatrice. Nulla è lasciato al caso: c’è da mangiare, bere, tendoni per riposare al coperto, medici e massaggiatori, wc, assistenza tecnica e spirituale. Ci accampiamo come tanti altri per terra, coperti da cartoni e plastica, a distenderci e guardare le spettacolo. Ma ecco il momento, ci chiamano alla partenza, tutti sul ponte: ci salutiamo, ognuno impegnato già nella testa alla propria corsa al proprio ritmo. Alla cannonata via tutti: il serpentone multicolore si mette in moto, quest’anno senza liberarsi dalle maglie e coperture varie visto il freddo. Dopo il silenzio del ponte ecco il frastuono di Brooklyn, c’è un tifo da stadio, mani che si agitano, bandiere, cartelli e un ripetuto e martellante “GO, GO, GO, ”. Sarà così per tutte le miglia, ventisei, fino all’arrivo: sono alla mia decima maratona di New York e so che da un momento all’altro, inizieranno le bande, i complessi rap e funky, le majorettes, l’esercito della salvezza... e tutto nonostante il vento glaciale (famoso jet stream). Gli amici vicino a me hanno le lacrime agli occhi per l’emozione ma le musiche di “Rocky” e “Momenti di gloria” ci riportano nel clima della gara. Negli ultimi chilometri non si capisce più niente: GO, GO, GO urla la folla (i soliti quattro milioni di spettatori lungo il percorso), siamo tutti importanti, siamo tutti vincitori, con la medaglia al collo e la foto all’arrivo, con il bacio delle miss e la coperta addosso. Ed è così fino all’ultimo concorrente, dopo sette o otto ore di gara, pioggia, neve o vento. Mi perdonino quelli che non hanno mai corso qui, ma questa è la MARATONA, si scopre che correre è vivere, correre è viaggiare e viaggiare è capire, capire che l’America è terra di meraviglie. Siamo gente che corre, corre per capire, siamo innamorati di questa corsa e cerchiamo un pretesto per tornarci, per sentire ballare sotto i piedi il ponte Da Verrazano, per vedere scorrere l’East River sotto le grate del Queensboro bridge, per commuoverci quando arriviamo di corsa incerta in Central Park e la gente ci manda avanti fino al traguardo un po’ per amore, un po’ per forza.

ARRIVEDERCI L'ANNO PROSSIMO